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Note di regia

Di Alberto Negrin

Avevo 7 o 8 anni quando ho sentito parlare per la prima volta di Anna Frank dai miei genitori. Eravamo da poco rientrati in Italia da dove mio padre e mia madre erano scappati nel 1938, con mio fratello maggiore appena nato, a causa delle leggi razziali contro gli ebrei. Mi ricordo l’emozione nel vedere Milano con degli interi quartieri bombardati e distrutti. Per me è stata una scoperta improvvisa di quel che significava la guerra perché fino ad allora ero vissuto a Tangeri dopo essere scappato all’età di soli sei mesi da Casablanca, dove sono nato, in seguito alla sconfitta della Francia e all’introduzione anche lì delle leggi contro gli ebrei. Quando mi è stata raccontata la storia di Anna Frank è stato come rivivere in parte quella che era stata anche una mia esperienza. Solo allora mi sono reso conto della tragedia immensa che aveva colpito milioni di famiglie e a considerarmi estremamente fortunato per la preveggenza dei miei genitori che li ha fatti scappare anche a costo di rinunciare a tutto, casa, lavoro, denaro, costringendo mio padre a fare persino il venditore ambulante di lamette Gilette.

Per quale motivo sono felice di fare un film, oggi, su Anna Frank? Per quale motivo è giusto farlo?
La materia è arcinota. Si tratta di un personaggio noto in tutto il mondo, a tutte le latitudini. Sono stati fatti film, drammi teatrali, musicals e mi sono rafforzato nella convinzione che una semplice ricostruzione, anche impeccabile, di quel fatto, rigorosa dal punto di vista storico, scenograficamente scrupolosa, non possa restituire, oggi, nient’altro che una ricostruzione archeologica di un fatto storicamente ormai lontano e irripetibile. A sessant’anni di distanza quel genere di ricostruzione non rimette in movimento nulla dentro l’animo dello spettatore. Lo anestetizza con la solita ricostruzione cinematografica ben fatta, ricca di mezzi, ma priva totalmente di problematicità, incapace perciò di far riflettere lo spettatore. Perché non si pongono domande, i personaggi non se le pongono. E perché mai allora dovrebbero porsele gli spettatori?

Questo nostro film sarà mostrato anche il Giorno della Memoria. Che cosa mai significa quel Giorno? Non penso debba significare semplicemente una giornata dedicata massicciamente alla rievocazione dell’Evento, della Catastrofe, della Tragedia (non esiste a mio avviso un termine in grado di racchiudere il significato di quella Cosa). La parola Shoah è priva di valore per chi non parla l’ebraico e la parola Olocausto è un termine non solo insufficiente ma parzialmente equivoco perché contiene in sé un concetto di sacrificio che nulla ha a che fare con uno sterminio pianificato, organizzato e condotto a termine senza alcuna intenzionalità autosacrificatoria da parte delle vittime. Nessuna mamma voleva sacrificare i propri figli, nessun Papà, nessun marito, nessuno voleva che la propria famiglia fosse sacrificata. Il nostro film su Anna Frank ripercorre umilmente lo stesso tracciato che Anna fece con il suo Diario quando si chiedeva che senso avesse la Guerra, quale fosse la natura dell’essere umano, perché  fosse possibile la cattiveria, come fosse compatibile tutto ciò con l’esistenza di un Dio.

Anna, più di sessant’anni fa, a soli tredici anni, si poneva le grandi questioni che per secoli filosofi, teologi e scienziati si sono posti dando delle risposte sempre diverse ma ogni volta riconducibili ad un Dio Sovrano, Onnipotente dispensatore di premi e punizioni ai principi fondamentali che regolano i comportamenti umani, a quelli che sono i comandamenti fondamentali, a quelli che vengono identificati sommariamente nei Dieci Comandamenti e che fanno capo alla coscienza più intima e profonda degli esseri umani oppure all’idea che l’uomo è per sua natura malvagio.

Il nostro film, che noi lo si voglia oppure no, che noi lo si percepisca oppure no, è attraversato senza soluzione di continuità dal Male e dalla Cattiveria al loro livello più alto immaginabile, più terribile, più irrapresentabile, più incredibile, ma nello stesso tempo più inscindibilmente umano possibile. E poiché è proprio di ciò che stiamo trattando, è proprio di quel modo così umano che stiamo raccontando le gesta, è proprio da quella particolare attitudine umana  che è attraversata tutta la drammatica storia di Anna Frank e dei milioni come lei, perché mai non dovremmo considerarla la materia principale e prioritaria della nostra trasposizione cinematografica? Per quale motivo dovremmo evitare di analizzarla, quella materia, così intrinsecamente e organicamente connaturata all’essere umano? Sono questioni inscindibili dal nostro racconto perchè sono il nostro racconto.

Dovremo dimenticarci delle ideologie e delle culture chiuse, lasciare completamente alle nostre spalle la politica per entrare nel territorio grandioso e inafferrabile dell’anima, del sentimento per entrare in punta di piedi  in un territorio in cui nessuno ti chiede di dimostrare qualche cosa ma solo di essere colui che non fa agli altri ciò che non vuole sia fatto a sé stesso.
Molti anni fa la materia era totalmente sconosciuta e quindi l’urgenza principale era quella di far conoscere al pubblico un fatto, in sé certamente straordinario, di una intera famiglia rimasta nascosta proprio nel cuore di Amsterdam per oltre due anni. Oggi quel fatto è a tutti noto, oggi bisogna ricordare per riflettere.

Un film sullo sterminio, oggi, non può limitarsi solo al nazismo e ai suoi complici. Sarebbe una scelta riduttiva. Parziale. Non sufficiente ad affrontare la questione. Sarebbe solo, nel migliore dei casi, ottima archeologia. Ma non è stato soltanto questo uno degli aspetti che mi ha fatto riconsiderare una delle questioni fondamentali della messa scena. Per un riflesso condizionato ormai acquisito e mai messo in discussione (se non in due casi clamorosi e cioè "La Vita è bella" e "Train de Vie" ), un film sulla Tragedia è sempre stato affrontato con toni drammatici, tesi, cupi, violenti, tragici. La materia è talmente tragica e seria che viene spontaneo affrontarne la realizzazione con toni simili. Al contrario, ritengo, che il segnale di partenza deve essere di divertimento e quello di chiusura non può e non deve certamente essere di cupezza e autocommiserazione. No. Alla fine si devono pareggiare i conti, e concludere nonostante tutto con un sorriso, con un sorriso sereno, sorprendentemente sereno, quello di un padre, Otto Frank, che ha perso la sua figlia adorata, un padre che capisce che ciò che sua figlia ha scritto e pensato è arrivato a coinvolgere nel corso degli anni decine e decine di milioni di esseri umani in tutto il pianeta, coinvolgendoli profondamente, fino a poter considerare che forse quel Dio assente o malvagio o impotente o inesistente o imperscrutabile nella sua infinità bontà, una sua risposta l’ha data, facendo sì che una giovane e innocente creatura di nome Anna potesse interessare, sorprendere e commuovere, milioni di esseri umani che certamente non potranno mai più, per il resto della propria vita, commettere atrocità come quelle commesse nei confronti della loro ‘amica’ Anna. Forse quel Dio così implorato e così silenzioso, così desiderato e così assente, così bestemmiato e oltraggiato, forse quel Dio, nella sua onnipotenza a sovranità limitata, nel suo dover convivere con quel suo dono fatto agli uomini che consiste nel ‘libero arbitrio’, una sua risposta l’ha data a coloro che sanno ascoltarla, perché ha reso possibile che gli uomini capissero sempre in maggior numero e in modo irreversibile, che nel profondo dell’uomo, nelle sue cavità più abissali, nei suoi angoli più nascosti c’è una forza oscura e invincibile che si chiama Coscienza e che presto o tardi riuscirà a farsi strada in modo sempre più massiccio e vedere la luce del sole fino ad assumere il comando assoluto e la guida di ogni azione umana. Soltanto in quel momento, frutto di una lentissima ma inesorabile marcia, solo allora l’antico Comandamento del ‘non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te stesso’ diventerà indiscussa e concreta, tangibile, pratica legge quotidiana. È proprio per questo motivo che ha senso oggi parlare ancora una volta di Anna Frank e della sua storia. Perché i milioni di esseri umani che hanno fatto della Coscienza la loro guida possano diventare, quanto prima possibile, miliardi sconfiggendo definitivamente il folle sogno di colui (Hitler) che disse: "La coscienza è un’invenzione ebraica, io libero l’essere umano dall’obbligo dello spirito, dell’autotortura sporca e umiliante di una chimera chiamata coscienza. Alla dottrina cristiana del significato infinito dell’anima umana e della responsabilità personale io oppongo la dottrina della nullità e dell’insignificanza del singolo essere umano". Questo è il film. Un film che affronta forse per la prima volta in modo esplicito, tematicamente, strutturalmente, drammaturgicamente quella domanda che ci siamo posti all’inizio di queste considerazioni: "Perché questa infinita cattiveria? E Dio?" E la conclusione che si apre al futuro con un sorriso pieno di allegra dolcezza non può essere che quello del padre di Anna, testimonianza vivente che la "soluzione finale" sopprimendola ha commesso il suo errore più grande preparando inesorabilmente la propria sconfitta.

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